I principi della legge 180


Com’erano i manicomi prima della legge 180?

“… lungi dall’essere degli ospedali, sono delle spaventevoli prigioni, nelle quali i detenuti forniscono la loro mano d’opera gratuita e utile, nelle quali le sevizie sono la regola […]. L’istituto per alienati, sotto la copertura della scienza e della giustizia, è paragonabile alla caserma, alla prigione, al bagno penale. […] I pazzi sono le vittime individuali per eccellenza della dittatura sociale; in nome di questa individualità, che è propria dell’uomo, noi reclamiamo la liberazione di questi prigionieri forzati della sensibilità, perché è pur vero che non è nel potere delle leggi di rinchiudere tutti gli uomini che pensano e agiscono diversamente”. Così denunciava in una lettera del 1925, rivolta ai direttori dei manicomi, la condizione degli ospedali psichiatrici Antonin Artaud, commediografo francese, teorico teatrale e attore che, arrestato nel 1937, ebbe a sperimentare di persona la camicia di forza e l’elettrochoc, a causa del quale per ben 51 volte cadde in coma.

Pezzo tratto da “Malati di mente. Ma pur sempre uomini. Ecco tutte le parole per cercare di “capire l’incomprensibile” di Cinzia Bianchino.

La legge 180

La legge 180/ 1978 di Franco Basaglia, è la legge che sancisce la chiusura dei manicomi e regolamenta l’assistenza psichiatrica in Italia.

Con la legge 180, cambia la visione stessa del malato mentale che  fino ad allora era considerato come colui che doveva essere “normalizzato” per conformarsi al resto della società.

Nel tentativo di normalizzare i malati mentali, venivano somministrate loro delle cure altamente invasive e lesive della dignità umana  (elettroshock, docce fredde, etc). Tali cure rappresentavano un ulteriore violenza su persone che già si trovavano in una condizione di estrema fragilità e che avevano già dovuto subire soprusi e violenze dalla famiglia e dalla società a causa della loro malattia.

E’ proprio su queste basi che nasce la legge 180, una legge che vuole tutelare queste persone e restituire loro la dignità umana. Franco Basaglia, infatti, sosteneva che la “conquista della libertà del malato deve coincidere con la conquista della libertà dell’intera comunità”.

Sotto la spinta dei movimenti di contestazione e con la riflessione della società civile e scientifica, venne revisionata la tesi della pericolosità, che era causa di stigma per i malati mentali. Tale innovazione legislativa si fondava sul superamento di quella concezione secondo cui la malattia mentale rende l’individuo non responsabile delle proprie azioni, con alterazioni della capacità morale e perversione della volontà e secondo cui i disturbi mentali sono da considerarsi devianti ovvero socialmente indesiderabili.

La legge Basaglia del ’78, oltre ad abolire i manicomi, istituì servizi di igiene mentale per la cura ambulatoriale dei malati di mente. (G. Digilio 2005) riconoscendo ai malati il diritto ad una migliore qualità della vita.

Attualmente le strutture dedicate all`assistenza psichiatrica sono:

  • i Dipartimenti di salute mentale delle ASL, queste strutture, assicurano le attività di prevenzione, cura, riabilitazione e reinserimento del malato mentale.
  • i Servizi psichiatrici di diagnosi e cura,
  • i day hospital, che forniscono le cure in regime di ricovero,
  • i Centri diurni che si occupano degli interventi socio-riabilitativi in regime semiresidenziale.
  • Le Strutture residenziali che offrono interventi terapeutico- riabilitativi in regime di permanenza temporale, suddivisi secondo le tre tipologie previste, in base all`intensità assistenziale sanitaria: nelle 24 ore, nelle 12 ore e a fascia oraria www.salute24.ilsole24ore.com del 10/10/2008).

Basaglia riteneva che  la psichiatria tradizionale fosse responsabile della creazione dei manicomi, essendo concentrata soltanto sulle basi organiche della malattia e trascurando l`origine sociale dei disturbi psichiatrici. Lo scopo di tale norma infatti è da una parte il superamento e la negazione del manicomio, ma nello stesso tempo la costruzione di una rete di servizi sociali in grado di soddisfare le esigenze primarie dei pazienti e delle loro famiglie e ricercare nuove e più avanzate modalità di cura basate sulla relazione e sul rapporto umano, partendo dal presupposto anti-riduzionista che la malattia mentale è il prodotto di un interazione di fattori (relazionali, ambientali, culturali e sociali) in sintonia col modello bio- psico- sociale, ormai affermato in ambito scientifico. Infatti, l’integrazione sociale nella comunità della persona con disagio psichico è di fatto, di per sé, un’azione terapeutica che restituendo dignità alla persona ha importanti conseguenze sul piano clinico.

A partire da questa concezione, la legge Basaglia si basa su due  principi fondamentali:

  • la prevenzione ;
  • la riabilitazione;

Nell’ambito del disturbo psichico non si era mai parlato di prevenzione e non esistevano centri dove un paziente potesse rivolgersi alla comparsa dei primi sintomi. Inoltre la nuova legge coinvolgeva anche le famiglie del paziente, le condizioni sociali, le condizioni ambientali. Soprattutto rispetto alle patologie croniche, comincia a farsi largo il concetto di riabilitazione, cioè la messa in opera di una serie di accorgimenti che facciano sì che il paziente, nonostante la gravità della sua malattia non vada peggiorando. 

A oltre trent`anni di distanza dalla legge Basaglia resta vivo il dibattito sulla cura e la gestione dei malati psichiatrici, molte sono ancora infatti le critiche mosse alla legge 180, la più decisa riguarda il fatto di non aver pianificato in modo accurato le conseguenze della chiusura degli istituti psichiatrici. La norma ha infatti affidato alle Regioni l`attuazione dei provvedimenti in materia di salute mentale, generando una netta diversità di trattamento: alcune regioni sono state tempestive nell`attuare la normativa, altre invece hanno tardato, producendo nel tempo effetti negativi sulla qualità e sull’ efficacia dell`assistenza. A tale critica, i sostenitori della legge rispondono che la norma non è stata sostenuta adeguatamente da un punto di vista economico, non consentendo tempestivamente l’apertura di nuovi centri territoriali in molte regioni e abbandonando di fatto le famiglie degli utenti psichiatrici.

Dott.ssa Suta Alburenta

Dott. Edgardo Reali

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