Psicofarmaci: soluzione o illusione?

Lo psicofarmaco è un composto chimico naturale, la cui struttura molecolare è nota e imita composti chimici cerebrali. Esso agisce a livello del sistema nervoso centrale per “riparare un danno”. E’ questa l’idea e la fiducia che la nostra società ripone nei farmaci in generale e negli psicofarmaci nello specifico: porre rimedio a qualcosa che è stato alterato e ri-portarlo alla normalità. In questa visione quindi lo psicofarmaco è considerato alla stregua di una pillola magica che può far tornare la persona “normale”. La fiducia negli psicofarmaci consiste proprio nel ritenere che  essi abbiano il potere di restituire alla persona il vero sé, quello che sarebbe stata la persona senza la patologia. Seguendo questo filo di pensiero, ci si dimentica della persona di per sé, del vissuto, delle esperienze, e la si tratta come una macchina, in cui in un certo momento qualcosa ha smesso di funzionare correttamente e lo psicofarmaco ha il potere di riportare sulla retta via la persona, il tutto senza il coinvolgimento della stessa, se non come semplice ricevente passivo. Da qui le numerose critiche che riguardano l’uso degli psicofarmaci, soprattutto non accompagnato da un’adeguata terapia psichiatrica. Come si può assumere lo psicofarmaco senza considerare l’anamnesi, la storia clinica dei pazienti, le loro emozioni? Per quale motivo gli si attribuiscono termini quali “intelligente” e “pulito”? Ad esempio: il Prozac è uno di questi, ma quando scadde il brevetto, il suo produttore (Eli Lilly) iniziò a usare lo stesso composto per il disturbo disforico premestruale, che tra l’altro non era nemmeno ancora stato accertato dal DSM IV. Perciò come può un farmaco intelligente, specifico e pulito che era utilizzato per disturbi quali depressione e disturbi ossessivi-compulsivi essere usato per una patologia, per altro non ancora accertata, e soprattutto così diversa? Tra le critiche riguardo l’uso di questi composti chimici senza adeguata terapia, circola spesso anche una domanda : sono gli psicofarmaci creati per sconfiggere certe patologie oppure sono le patologie che sono create appositamente per far vendere gli psicofarmaci per interesse delle case farmaceutiche? Viene commercializzato lo psicofarmaco o la malattia? Si dice alle persone che c’è il farmaco adatto per la malattia a loro diagnosticata o si cerca di persuadere le persone ad avere una malattia solo per una questione economica? Secondo il pensiero del sociologo britannico Nikolas Rose, docente di Sociologia al London School of Economics, (e direttore del LSE’s Bios Centre for the study of Bioscience, Biomedice, Biotechnology and Society), malattie come la sindrome da deficit di attenzione e iperattività o le varie ansie adattate e riadattate a ogni situazione con piccole sfumature sembrano portare verso la seconda ipotesi. Secondo Rose non bisogna neanche trascurare il ruolo delle agenzie che si occupano di salute pubblica che attirano l’attenzione dei decisori politici sul peso dei disturbi psichiatrici (soprattutto non diagnosticati) e i relativi costi sociali e di rimbalzo che vanno a toccare le case farmaceutiche che investono nelle cure. Un esempio di costo sociale è il costo di un’azienda o di una pubblica amministrazione che stipendia un soggetto “malato” e che non rende come dovrebbe. Un altro esempio può essere il lavoro all’interno di un ufficio in cui lavorano una persona “sana” e una affetta da depressione. La situazione non è semplice e la persona “sana” potrebbe chiedere un trasferimento innescando una reazione a catena di denunce per discriminazione che potrebbe portare l’azienda ad affrontare costi non indifferenti. La morale che ne deriva è che una persona è “costretta” a curarsi per il bene della società. “Vi è un’etica inscritta nella composizione molecolare di questi farmaci, ed essi veicolano e stimolano particolari forme di vita nelle quali il vero io è al contempo naturale e da costruire. Di conseguenza, l’importanza dell’emergere di cure per le malattie mentali non risiede soltanto nei loro effetti specifici, ma anche in come esse rimodellano il modo di vivere, interpretare, descrivere e comprendere il mondo da parte di esperti e profani.” Così scrive Nikolas Rose nella sua opera “La politica della vita”.

Quindi, secondo l’autore, noi agiamo su noi stessi sulla base di questa visione, di questa rappresentazione sociale. Con questo non si vuole dire che gli psicofarmaci dovrebbero essere aboliti, anzi, in determinate situazioni sono fondamentali. Bisognerebbe solamente avere un po’ più di giudizio di causa, più conoscenze e sicurezze, perché usato senza giusti criteri lo psicofarmaco non regola le anomalie ma le allevia, le seda, tenendole si in seconda linea, ma comunque vive e pronte a riesplodere. Senza il giusto supporto lo psicofarmaco rischia non di essere la cura ma solo un prolungamento della sofferenza.

C.C.

 

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